Dichiarazione di successione: a cosa serve, come si fa e quanto costa?

Al decesso di una persona, la legge impone di presentare all’Agenzia delle Entrate la dichiarazione di successione (in passato si chiamava denuncia di successione) al fine di indicare l’esatta devoluzione di tutti i beni del defunto ed applicare le relative imposte.
La dichiarazione di successione rappresenta, dunque, un adempimento puramente fiscale e deve essere presentata entro il termine di un anno dalla data del decesso; oltre tale data può comunque essere presentata, ma si applicano delle sanzioni per il ritardo.
Quando si parla di imposte in tema di dichiarazione di successione, si deve fare una distinzione importante:
– le vere e proprie imposte di successione, che si pagano in percentuale sul valore di quanto ricevuto dal defunto;
– le imposte ipotecarie e catastali, che si pagano in percentuale sul valore catastale dei soli immobili caduti in successione.
Solitamente, nel 90% dei casi, si pagano soltanto le seconde, in quanto la legge prevede per ogni parente del defunto determinate “franchigie” al di sotto delle quali non si pagano imposte di successione: ad esempio, i figli e il coniuge non pagano imposte di successione nel caso in cui il valore della quota ereditata da ciascuno di essi sia inferiore ad un milione di euro.
Al riguardo, occorre ulteriormente precisare che il valore dei beni immobili che compongono le quote ereditarie non corrisponde al valore di mercato degli stessi, ma al valore catastale che solitamente è di molto inferiore.
Si comprende, dunque, come sia raro sforare tali alte franchigie.
Discorso diverso, invece, per l’imposta ipotecaria e catastale che si paga sempre sugli immobili di proprietà del de cuius, indipendentemente dal grado di parentela dell’erede: esse ammontano, complessivamente, al 3% del valore catastale dei beni immobili.
In tal caso, tuttavia, è possibile risparmiare cifre notevoli nel caso in cui anche soltanto uno degli eredi abbia i requisiti per chiedere l’agevolazione prima casa, dato che si pagheranno complessivamente 400 euro anziché il 3% di cui sopra.
Quanto ai risparmi in denaro del defunto, invece, se si è ad di sotto della franchigia non si pagheranno imposte di alcun tipo.
Una volta presentata la dichiarazione di successione, deve essere presentata in catasto la domanda di voltura relativa ai beni immobili, in modo da intestare gli stessi agli eredi.
I costi di ogni domanda di voltura ammontano ad euro 71, tuttavia ci sono casi in cui è possibile volturare più beni con un’unica domanda (ad esempio più immobili iscritti nel medesimo catasto fabbricati).
Quanto esposto serve per capire in cosa consista la dichiarazione di successione, tuttavia ogni singolo caso presenta specifiche complessità che vanno di volta in volta risolte in modo da evitare di pagare somme ulteriori a quelle dovute.
Per tali ragioni è indispensabile farsi seguire esclusivamente da professionisti che abbiano adeguate conoscenze giuridiche in ambito successorio.
L’avv. Andrea Dalle Carbonare cura personalmente l’intera successione, offrendo un servizio completo per dichiarazione di successione e relative volture al prezzo di euro 600 complessivi.

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COME PIGNORARE I SOLDI DEL PROPRIO DEBITORE DIRETTAMENTE DAL CONTO CORRENTE?

Se stai cercando come pignorare i soldi di un tuo debitore direttamente dal suo conto corrente devi sapere che è stato recentemente introdotto l’art. 492-bis nel Codice di Procedura Civile, il quale prevede la possibilità per un creditore di chiedere al Giudice di essere autorizzati a ricercare i beni del proprio debitore mediante modalità telematiche.
In tal caso, il Giudice dispone che l’Ufficiale Giudiziario acceda mediante collegamento telematico ai dati contenuti nelle banche dati delle pubbliche amministrazioni (anagrafe tributaria e archivio dei rapporti finanziari) nonché in quelle degli enti previdenziali, per l’acquisizione di tutte le informazioni rilevanti per l’individuazione di cose e crediti da sottoporre al pignoramento, comprese quelle relative ai rapporti intrattenuti dal debitore con istituti di credito e datori di lavoro o committenti.
E’ quindi possibile sapere direttamente dal Tribunale presso quali banche il proprio debitore ha conti corrente, in modo da bloccare le eventuali somme ivi depositate per farsele assegnare in pagamento.
Le spese di tale procedura sono relativamente contenuti e garantiscono di conoscere la situazione finanziaria del soggetto che risulta debitore.
In alternativa, è possibile affidarsi a determinate agenzie di investigazione private che forniscono in breve tempo informazioni molto precise riguardo la situazione finanziaria di un soggetto; in tal caso i costi aumentano a seconda delle informazioni richieste.
L’avv. Andrea Dalle Carbonare svolge attività di recupero crediti per privati e aziende, pertanto potete contattare lo studio legale per avere gratuitamente un preventivo di spesa.

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COME EVITARE PIGNORAMENTI DA PARTE DEI CREDITORI?

Ci si chiede spesso come evitare pignoramenti, infatti il codice civile stabilisce che ogni persona risponde dei propri debiti con tutto il suo patrimonio, presente e futuro, salvo espresse limitazioni consentite dalla legge.
Dunque, la legge consente di stipulare particolari tipi di atti (detti di segregazione patrimoniale) volti ad impedire che uno o più beni vengano aggrediti da pignoramenti o altre azioni esecutive poste in essere dai creditori.
Innanzitutto, prima di vedere quali sono questi atti, è bene ricordare una cosa molto importante: se un soggetto stipula un atto di segregazione patrimoniale quando ha già contratto debiti, i suoi creditori possono impugnare l’atto entro i successivi 5 anni con l’azione revocatoria al fine di renderlo inefficace nei loro confronti.
Di conseguenza, è assai consigliabile mettere al riparo i propri beni prima di contrarre i debiti, onde evitare di veder vanificati gli effetti segregativi.
Chiarito quanto sopra, i principali tipi di atti che consentono gli effetti visti sono:
– il fondo patrimoniale, che può essere stipulato per mettere al riparo i beni di una famiglia costituita fra coniugi o persone dello stesso sesso unite civilmente (non conviventi);
– il trust, di derivazione inglese, che veniva utilizzato soprattutto prima dell’introduzione nel nostro ordinamento del vincolo di destinazione;
– il vincolo di destinazione, appunto, che consente di destinare determinati beni a soddisfare interessi meritevoli di tutela (persone disabili, studi dei figli, famiglie di fatto, ecc.).
In tutti i casi, tuttavia, è bene ricordare che i beni possono comunque essere aggrediti dai creditori il cui credito è connesso allo scopo del vincolo segregativo.
Così, ad esempio, se non viene onorato il credito contratto per soddisfare i bisogni della famiglia, il creditore può pignorare anche i beni facenti parte del fondo patrimoniale. Diversamente, invece, i beni del fondo patrimoniale non possono essere aggrediti per i crediti che il creditore sapeva essere contratti per bisogni estranei alla famiglia.
Infine, occorre sottolineare che gli istituti di credito non concederanno prestiti garantiti con ipoteca sui beni facenti parte di un atto segregativo: in tal caso bisognerà sciogliere la segregazione sul bene che si intende ipotecare.
Al fine di valutare la strategia idonea a mettere i propri beni al riparo, potete fissare un appuntamento con l’avv. Andrea Dalle Carbonare che saprà consigliarvi la soluzione migliore e vi seguirà durante tutta la procedura.

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QUALI EFFETTI COMPORTA IL DIVORZIO?

Con il divorzio cessa definitivamente il rapporto coniugale, pertanto i coniugi riacquistano lo stato libero.
Conseguentemente, si verificano i seguenti effetti:
– possibilità di contrarre un nuovo matrimonio;
– perdita del cognome del marito, se è stato aggiunto a quello della moglie;
– perdita del diritto ad una quota ereditaria in caso di morte dell’ex coniuge.
Permane, tuttavia, il diritto dell’ex coniuge economicamente non autosufficiente ad avere un assegno periodico fino al momento in cui sia autosufficiente oppure contragga un nuovo matrimonio o instauri una nuova convivenza tale da migliorargli il tenore di vita.
La Corte di Cassazione ha recentemente chiarito che qualora la nuova convivenza venga a cessare e l’ex coniuge si trovi nuovamente in stato di bisogno, l’obbligo al pagamento dell’assegno periodico non “rivive”, essendo ormai cessato ogni rapporto fra gli ex coniugi.

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QUALI EFFETTI COMPORTA LA SEPARAZIONE?

La separazione, consensuale o giudiziale che sia, comporta la cessazione di alcuni obblighi discendenti dal matrimonio e la permanenza di altri, dal momento che il rapporto coniugale rimane in vigore fino al divorzio.
In particolare, con la separazione cessano l’obbligo di fedeltà, l’obbligo di coabitazione e, se in vigore, la comunione legale dei beni.
Permangono, invece, l’obbligo di mantenimento del coniuge economicamente non autosufficiente, l’obbligo di indirizzo della vita familiare (per quanto riguarda i figli) e l’obbligo di mantenimento ed educazione dei figli.
Quanto ai diritti ereditari, in linea generale, essi permangono fino al divorzio, pertanto ciascun coniuge separato ha diritto a succedere in caso di morte dell’altro coniuge, come se non fosse separato.
L’unico caso in cui non viene riconosciuta la quota ereditaria al coniuge separato si verifica se c’è stata la separazione con addebito: la legge, infatti, riconosce al coniuge separato con addebito soltanto un assegno vitalizio se, al momento del decesso del coniuge, egli godeva di un assegno alimentare a carico di quest’ultimo.
Il coniuge cui non è stata addebitata la separazione, invece, ha gli stessi diritti del coniuge non separato.

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QUANDO SPETTA IL DIRITTO DI USO E ABITAZIONE SULLA RESIDENZA FAMILIARE AL CONIUGE SUPERSTITE?

Al coniuge superstite del defunto la legge riconosce, oltre ad una quota di riserva sull’eredità, anche il diritto di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e il diritto di uso dei mobili che la corredano.
Tali diritti spettano al coniuge, per tutta la durata della sua vita, qualora la casa familiare era di proprietà del defunto, oppure era di comproprietà di entrambi i coniugi.
Il valore di tali diritti, che deve essere stimato con le tabelle dei coefficienti del diritto di usufrutto, spetta al coniuge in aggiunta rispetto alla quota ereditaria riconosciuta dalla legge.
E’ importante sottolineare che nel caso in cui il coniuge superstite rinunci all’eredità, tale rinuncia non comporta automaticamente anche la rinuncia ai diritti di uso e abitazione: a tal fine sarà necessaria un’ulteriore specifica rinuncia.

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QUANDO E’ POSSIBILE IMPUGNARE UNA DONAZIONE?

Alla morte di una persona si calcolano le quote di riserva spettanti ai legittimari sommando il valore di tutte le donazioni che ha fatto in vita ai beni che ha lasciato, al netto dei debiti ereditari.
Quindi, a livello pratico, si procede come nel seguente esempio: il defunto lascia beni dal valore complessivo di 30.000 euro, debiti per 10.000 euro e in vita aveva effettuato donazioni dal valore complessivo di 60.000 euro. La quota spettante ai legittimari si calcolerà sull’importo di 80.000 euro.
Nel caso in cui il defunto abbia disposto in vita di tutto il suo patrimonio, o gran parte di esso, mediante donazioni, probabilmente non lascierà beni sufficienti a soddisfare la quota di riserva dei legittimari.
Per spiegare con lo stesso esempio sopra esposto, proviamo ad immaginare che il defunto abbia lasciato in vita il coniuge, il quale vanta quindi una quota di riserva pari a 1/2 del patrimonio, che, calcolata con l’operazione vista, ha un valore di 40.000 euro. In tal caso il patrimonio, che al netto dei debiti ha un valore di 20.000 euro, non è sufficiente a soddisfare la quota di riserva del coniuge.
Al verificarsi di una simile situazione, i legittimari possono impugnare le precedenti donazioni fino ad integrare la quota che gli spetta (nell’esempio fatto al coniuge spettano beni per altri 20.000 euro) entro i 10 anni successivi alla morte.

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QUANDO E’ POSSIBILE IMPUGNARE UN TESTAMENTO?

Per impugnare un testamento bisogna, innanzitutto, distinguere le seguenti ipotesi:
– impugnazione per incapacità del testatore, perché minorenne, interdetto o incapace di intendere e volere al momento della redazione del testamento;
– impugnazione per violazione dei requisiti di forma (scrittura di pugno, data, firma);
– impugnazione per lesione della quota riservata ai legittimari;
– impugnazione per vizi del consenso del testatore (perché costretto a testare con minacce o violenza);
– impugnazione per altre particolari violazioni di norme di legge.
Ogni ipotesi merita un’analisi approfondita dei presupposti necessari a proporre l’impugnazione del testamento: l’avv. Andrea Dalle Carbonare potrà esaminare gratuitamente il vostro caso e consigliarvi il tipo di azioni legali da intraprendere, qualora ve ne fosse l’esigenza, fornendovi altresì un preventivo di spesa commisurato.

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QUALI SONO I REQUISITI PER SCRIVERE UN VALIDO TESTAMENTO OLOGRAFO?

La legge prescrive alcuni importanti requisiti per poter scrivere un testamento olografo che sia giuridicamente valido ed efficace.
Il testamento olografo, infatti, deve essere:
– scritto di pugno dal testatore;
– datato, all’inizio oppure alla fine;
– firmato dal testatore.
Nel caso in cui il testatore non sappia o possa scrivere di proprio pugno il testamento è necessario che si rechi da un notaio per comunicargli le sue volontà, che verranno redatte in forma di testamento pubblico (che ha la stessa efficacia del testamento olografo).
Il testamento olografo così redatto può essere conservato dal testatore stesso o da persona di sua fiducia: al riguardo, l’avv. Andrea Dalle Carbonare aiuta i propri clienti nella redazione di un testamento olografo conforme alle loro volontà e ne conserva gli originali in cassaforte, curandone personalmente le pratiche successorie al momento della morte del testatore.
Per revocare un qualsiasi testamento precedentemente redatto (olografo o pubblico che sia) è sufficiente scriverne uno nuovo in cui viene specificata la propria volontà di revocare il precedente testamento, senza necessità di distruggerlo materialmente.

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CHE DIFFERENZA C’E’ FRA LEGITTIMARI ED EREDI LEGITTIMI?

I legittimari sono solo i soggetti facenti parte del ristretto nucleo familiare del defunto (coniuge, figli e genitori) mentre gli eredi legittimi possono essere tutti i suoi parenti entro il sesto grado (legittimari compresi).
Questo vuol dire che se il defunto lascia tutto il suo patrimonio ad un estraneo, i legittimari possono agire in giudizio per veder riconosciuta la loro quota di eredità, mentre gli eredi legittimi non possono avanzare alcun tipo di pretesa.
Invece, nel caso in cui il defunto sia morto senza disporre del suo patrimonio ereditario si apre la successione legittima a favore, appunto, degli eredi legittimi, fra i quali possono essere compresi anche dei legittimari.
Proviamo a riassumere tutto con un semplice esempio: un defunto che lascia in vita il coniuge e un fratello.
In tal caso, se non dispone diversamente con testamento, la legge stabilisce che la sua eredità spetterà per 2/3 al coniuge e per 1/3 al fratello.
Se, invece, lascia tutto il suo patrimonio con testamento ad un amico, la legge stabilisce che soltanto il coniuge possa agire in giudizio per vedersi riconosciuta una quota di riserva pari, però, a 1/2 dell’eredità. Il fratello, dunque, non potrà vantare alcun diritto sulla successione.

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