Patrocinio a Spese dello Stato

Il patrocinio a spese dello Stato rappresenta una forma di assistenza a favore delle persone meno abbienti che devono iniziare una causa o che vengono citate in giudizio da altri.

Attualmente, l’Erario garantisce il pagamento delle spese legali ai soggetti con un reddito annuo inferiore a € 11.493,82; ai fini del calcolo occorre far riferimento alla somma dei redditi dell’eventuale coniuge o convivente del richiedente.

I compensi e le spese spettanti all’avvocato vengono liquidati al termine della causa dallo Stato, il quale “anticipa” le somme che dovrebbero essere corrisposte dal cliente. Infatti, se al termine della causa il richiedente dovesse trovarsi in condizioni di poter pagare l’avvocato, lo Stato gli chiederà il rimborso.

L’avv. Andrea Dalle Carbonare è attualmente iscritto nelle liste degli avvocati che possono richiedere il patrocinio a spese dello Stato, perciò non esitare a contattarlo per avere informazioni in merito.

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QUANTO COSTA L’ASSISTENZA DI UN AVVOCATO IN UNA CAUSA?

Dovete radicare una causa contro qualcuno oppure siete stati citati in giudizio da altri e la prima cosa che vi chiedete è quale possa essere il costo dell’assistenza di un avvocato.
Al riguardo bisogna innanzitutto precisare che i compensi degli avvocati vengono liquidati sulla base delle tariffe professionali allegate al D.M. n. 55/2014 e consultabili al seguente link:
https://www.altalex.com/documents/news/2014/04/10/parametri-forensi-la-nuove-tabelle#par2
Chiarito quanto sopra, è opportuno precisare che, in caso di assistenza giudiziale, la legge prevede il principio di soccombenza per le spese legali, ossia colui che perde la causa rimborsa all’altra parte quanto speso per l’avvocato secondo le suddette tariffe.
In altri termini, se la causa vi dovesse andare bene, non sopporterete il pagamento delle spese legali che vi verranno rimborsate da controparte, sia che abbiate iniziato voi la causa, sia che siate stati chiamati in giudizio da altri.
Dunque, nel caso in cui vi sia stato notificato un atto giudiziario, è importante che vi rechiate subito da un avvocato affinché possa analizzare la vostra strategia difensiva e cercare di vincere la causa ottenendo altresì il rimborso delle spese legali.
Se non vi costituite in giudizio assistiti da un avvocato, invece, il procedimento continuerà ugualmente nonostante la vostra assenza e, con tutta probabilità, vorrete condannati, dato che non ci sarà nessun avvocato che contesterà le affermazioni di controparte, che quindi verranno prese per vere dal giudice.
Non esitate a contattare l’avv. Andrea Dalle Carbonare per ottenere un preventivo gratuito, con la possibilità di ottenere, a seconda dei casi, determinati sconti rispetto alle tariffe forensi.

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GUIDA IN STATO DI EBBREZZA, COSA FARE?

Se venite fermati per guida in stato di ebbrezza è opportuno sapere cosa fare, sebbene gli agenti redigano subito un verbale in cui vi viene nominato un avvocato d’ufficio, qualora non avete nominato il vostro avvocato di fiducia.
Innanzitutto è opportuno chiarire una cosa: l’avvocato d’ufficio deve essere da voi pagato allo stesso modo dell’avvocato di fiducia, pertanto non confondete l’avvocato d’ufficio con il patrocinio a spese dello stato che è altra cosa (e fra l’altro si applica anche in caso di avvocato di fiducia).
Di conseguenza, consiglio sempre di scegliere accuratamente l’avvocato che dovrà occuparsi della vostra difesa, con cui concorderete anche un preventivo di spesa, cosa possibile anche nel caso in cui vi sia stato già nominato un avvocato d’ufficio (in tal caso la nomina dell’avvocato di fiducia contiene anche la revoca dell’incarico conferito ad altri avvocati).
Dunque, chiarito quanto sopra, è bene che contattiate subito il vostro avvocato in modo che possa procedere velocemente a scegliere la strada migliore per la vostra difesa.
Nella maggior parte dei casi, se non si è in presenza di particolari aggravanti, è possibile chiedere la sostituzione della pena con i lavori di pubblica utilità presso un ente convenzionato con il Tribunale, con enormi vantaggi:
– ogni giorno di reclusione è convertito in due ore di lavori socialmente utili;
– ogni 250 euro di sanzione amministrativa sono convertiti in due ore di lavori socialmente utili;
– la patente vi verrà restituita nella metà del tempo;
– se vi è stata confiscata l’auto, questa vi verrà restituita.
E’ importantissimo, dunque, che prendete immediatamente contatti con il vostro difensore, in modo che questi possa anticipare il decreto di condanna emesso dal Tribunale depositando subito una memoria con cui chiede al giudice di sostituire la pena con i lavori di pubblica utilità. In tal modo vengono ridotti i tempi di definizione del vostro procedimento.
In altri casi, tuttavia, non risulta possibile chiedere direttamente la sostituzione della pena con i lavori di pubblica utilità (ad esempio perchè si è verificato un incidente stradale) ma è comunque possibile evitare la reclusione e la sanzione amministrativa in altro modo, ossia chiedendo la sospensione del procedimento penale con messa alla prova.
In ogni caso è necessario che l’avvocato esamini la vostra posizione per scegliere la difesa migliore.
L’avv. Andrea Dalle Carbonare garantisce assistenza in termini rapidi e tariffe concorrenziali, non esitate a contattarlo.

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DICHIARAZIONE DI SUCCESSIONE: A COSA SERVE, COME SI FA E QUANTO COSTA?

Al decesso di una persona, la legge impone di presentare all’Agenzia delle Entrate la dichiarazione di successione (in passato si chiamava denuncia di successione) al fine di indicare l’esatta devoluzione di tutti i beni del defunto ed applicare le relative imposte.
La dichiarazione di successione rappresenta, dunque, un adempimento puramente fiscale e deve essere presentata entro il termine di un anno dalla data del decesso; oltre tale data può comunque essere presentata, ma si applicano delle sanzioni per il ritardo.
Quando si parla di imposte in tema di dichiarazione di successione, si deve fare una distinzione importante:
– le vere e proprie imposte di successione, che si pagano in percentuale sul valore di quanto ricevuto dal defunto;
– le imposte ipotecarie e catastali, che si pagano in percentuale sul valore catastale dei soli immobili caduti in successione.
Solitamente, nel 90% dei casi, si pagano soltanto le seconde, in quanto la legge prevede per ogni parente del defunto determinate “franchigie” al di sotto delle quali non si pagano imposte di successione: ad esempio, i figli e il coniuge non pagano imposte di successione nel caso in cui il valore della quota ereditata da ciascuno di essi sia inferiore ad un milione di euro.
Al riguardo, occorre ulteriormente precisare che il valore dei beni immobili che compongono le quote ereditarie non corrisponde al valore di mercato degli stessi, ma al valore catastale che solitamente è di molto inferiore.
Si comprende, dunque, come sia raro sforare tali alte franchigie.
Discorso diverso, invece, per l’imposta ipotecaria e catastale che si paga sempre sugli immobili di proprietà del de cuius, indipendentemente dal grado di parentela dell’erede: esse ammontano, complessivamente, al 3% del valore catastale dei beni immobili.
In tal caso, tuttavia, è possibile risparmiare cifre notevoli nel caso in cui anche soltanto uno degli eredi abbia i requisiti per chiedere l’agevolazione prima casa, dato che si pagheranno complessivamente 400 euro anziché il 3% di cui sopra.
Quanto ai risparmi in denaro del defunto, invece, se si è ad di sotto della franchigia non si pagheranno imposte di alcun tipo.
Una volta presentata la dichiarazione di successione, deve essere presentata in catasto la domanda di voltura relativa ai beni immobili, in modo da intestare gli stessi agli eredi.
I costi di ogni domanda di voltura ammontano ad euro 71, tuttavia ci sono casi in cui è possibile volturare più beni con un’unica domanda (ad esempio più immobili iscritti nel medesimo catasto fabbricati).
Quanto esposto serve per capire in cosa consista la dichiarazione di successione, tuttavia ogni singolo caso presenta specifiche complessità che vanno di volta in volta risolte in modo da evitare di pagare somme ulteriori a quelle dovute.
Per tali ragioni è indispensabile farsi seguire esclusivamente da professionisti che abbiano adeguate conoscenze giuridiche in ambito successorio.
L’avv. Andrea Dalle Carbonare cura personalmente l’intera successione, offrendo un servizio completo per dichiarazione di successione e relative volture al prezzo di euro 600 complessivi.

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COME PIGNORARE I SOLDI DEL PROPRIO DEBITORE DIRETTAMENTE DAL CONTO CORRENTE?

Se stai cercando come pignorare i soldi di un tuo debitore direttamente dal suo conto corrente devi sapere che è stato recentemente introdotto l’art. 492-bis nel Codice di Procedura Civile, il quale prevede la possibilità per un creditore di chiedere al Giudice di essere autorizzati a ricercare i beni del proprio debitore mediante modalità telematiche.
In tal caso, il Giudice dispone che l’Ufficiale Giudiziario acceda mediante collegamento telematico ai dati contenuti nelle banche dati delle pubbliche amministrazioni (anagrafe tributaria e archivio dei rapporti finanziari) nonché in quelle degli enti previdenziali, per l’acquisizione di tutte le informazioni rilevanti per l’individuazione di cose e crediti da sottoporre al pignoramento, comprese quelle relative ai rapporti intrattenuti dal debitore con istituti di credito e datori di lavoro o committenti.
E’ quindi possibile sapere direttamente dal Tribunale presso quali banche il proprio debitore ha conti corrente, in modo da bloccare le eventuali somme ivi depositate per farsele assegnare in pagamento.
Le spese di tale procedura sono relativamente contenuti e garantiscono di conoscere la situazione finanziaria del soggetto che risulta debitore.
In alternativa, è possibile affidarsi a determinate agenzie di investigazione private che forniscono in breve tempo informazioni molto precise riguardo la situazione finanziaria di un soggetto; in tal caso i costi aumentano a seconda delle informazioni richieste.
L’avv. Andrea Dalle Carbonare svolge attività di recupero crediti per privati e aziende, pertanto potete contattare lo studio legale per avere gratuitamente un preventivo di spesa.

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COME EVITARE PIGNORAMENTI DA PARTE DEI CREDITORI?

Ci si chiede spesso come evitare pignoramenti, infatti il codice civile stabilisce che ogni persona risponde dei propri debiti con tutto il suo patrimonio, presente e futuro, salvo espresse limitazioni consentite dalla legge.
Dunque, la legge consente di stipulare particolari tipi di atti (detti di segregazione patrimoniale) volti ad impedire che uno o più beni vengano aggrediti da pignoramenti o altre azioni esecutive poste in essere dai creditori.
Innanzitutto, prima di vedere quali sono questi atti, è bene ricordare una cosa molto importante: se un soggetto stipula un atto di segregazione patrimoniale quando ha già contratto debiti, i suoi creditori possono impugnare l’atto entro i successivi 5 anni con l’azione revocatoria al fine di renderlo inefficace nei loro confronti.
Di conseguenza, è assai consigliabile mettere al riparo i propri beni prima di contrarre i debiti, onde evitare di veder vanificati gli effetti segregativi.
Chiarito quanto sopra, i principali tipi di atti che consentono gli effetti visti sono:
– il fondo patrimoniale, che può essere stipulato per mettere al riparo i beni di una famiglia costituita fra coniugi o persone dello stesso sesso unite civilmente (non conviventi);
– il trust, di derivazione inglese, che veniva utilizzato soprattutto prima dell’introduzione nel nostro ordinamento del vincolo di destinazione;
– il vincolo di destinazione, appunto, che consente di destinare determinati beni a soddisfare interessi meritevoli di tutela (persone disabili, studi dei figli, famiglie di fatto, ecc.).
In tutti i casi, tuttavia, è bene ricordare che i beni possono comunque essere aggrediti dai creditori il cui credito è connesso allo scopo del vincolo segregativo.
Così, ad esempio, se non viene onorato il credito contratto per soddisfare i bisogni della famiglia, il creditore può pignorare anche i beni facenti parte del fondo patrimoniale. Diversamente, invece, i beni del fondo patrimoniale non possono essere aggrediti per i crediti che il creditore sapeva essere contratti per bisogni estranei alla famiglia.
Infine, occorre sottolineare che gli istituti di credito non concederanno prestiti garantiti con ipoteca sui beni facenti parte di un atto segregativo: in tal caso bisognerà sciogliere la segregazione sul bene che si intende ipotecare.
Al fine di valutare la strategia idonea a mettere i propri beni al riparo, potete fissare un appuntamento con l’avv. Andrea Dalle Carbonare che saprà consigliarvi la soluzione migliore e vi seguirà durante tutta la procedura.

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QUALI EFFETTI COMPORTA IL DIVORZIO?

Con il divorzio cessa definitivamente il rapporto coniugale, pertanto i coniugi riacquistano lo stato libero.
Conseguentemente, si verificano i seguenti effetti:
– possibilità di contrarre un nuovo matrimonio;
– perdita del cognome del marito, se è stato aggiunto a quello della moglie;
– perdita del diritto ad una quota ereditaria in caso di morte dell’ex coniuge.
Permane, tuttavia, il diritto dell’ex coniuge economicamente non autosufficiente ad avere un assegno periodico fino al momento in cui sia autosufficiente oppure contragga un nuovo matrimonio o instauri una nuova convivenza tale da migliorargli il tenore di vita.
La Corte di Cassazione ha recentemente chiarito che qualora la nuova convivenza venga a cessare e l’ex coniuge si trovi nuovamente in stato di bisogno, l’obbligo al pagamento dell’assegno periodico non “rivive”, essendo ormai cessato ogni rapporto fra gli ex coniugi.

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QUALI EFFETTI COMPORTA LA SEPARAZIONE?

La separazione, consensuale o giudiziale che sia, produce determinati effetti giuridici per i coniugi.
In particolare comporta la cessazione di alcuni obblighi discendenti dal matrimonio e la permanenza di altri, dal momento che il rapporto coniugale rimane in vigore fino al divorzio.
In particolare, con la separazione cessano l’obbligo di fedeltà, l’obbligo di coabitazione e, se in vigore, la comunione legale dei beni.
Permangono, invece, l’obbligo di mantenimento del coniuge economicamente non autosufficiente, l’obbligo di indirizzo della vita familiare (per quanto riguarda i figli) e l’obbligo di mantenimento ed educazione dei figli.
Quanto ai diritti ereditari, in linea generale, essi permangono fino al divorzio, pertanto ciascun coniuge separato ha diritto a succedere in caso di morte dell’altro coniuge, come se non fosse separato.
L’unico caso in cui non viene riconosciuta la quota ereditaria al coniuge separato si verifica se c’è stata la separazione con addebito: la legge, infatti, riconosce al coniuge separato con addebito soltanto un assegno vitalizio se, al momento del decesso del coniuge, egli godeva di un assegno alimentare a carico di quest’ultimo.
Il coniuge cui non è stata addebitata la separazione, invece, ha gli stessi diritti del coniuge non separato.

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QUANDO SPETTA IL DIRITTO DI USO E ABITAZIONE SULLA RESIDENZA FAMILIARE AL CONIUGE SUPERSTITE?

Al coniuge superstite del defunto la legge riconosce, oltre ad una quota di riserva sull’eredità, anche il diritto di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e il diritto di uso dei mobili che la corredano.
Tali diritti spettano al coniuge, per tutta la durata della sua vita, qualora la casa familiare era di proprietà del defunto, oppure era di comproprietà di entrambi i coniugi.
Il valore di tali diritti, che deve essere stimato con le tabelle dei coefficienti del diritto di usufrutto, spetta al coniuge in aggiunta rispetto alla quota ereditaria riconosciuta dalla legge.
E’ importante sottolineare che nel caso in cui il coniuge superstite rinunci all’eredità, tale rinuncia non comporta automaticamente anche la rinuncia ai diritti di uso e abitazione: a tal fine sarà necessaria un’ulteriore specifica rinuncia.

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QUANDO E’ POSSIBILE IMPUGNARE UNA DONAZIONE?

Alla morte di una persona si calcolano le quote di riserva spettanti ai legittimari sommando il valore di tutte le donazioni che ha fatto in vita ai beni che ha lasciato, al netto dei debiti ereditari.
Quindi, a livello pratico, si procede come nel seguente esempio: il defunto lascia beni dal valore complessivo di 30.000 euro, debiti per 10.000 euro e in vita aveva effettuato donazioni dal valore complessivo di 60.000 euro. La quota spettante ai legittimari si calcolerà sull’importo di 80.000 euro.
Nel caso in cui il defunto abbia disposto in vita di tutto il suo patrimonio, o gran parte di esso, mediante donazioni, probabilmente non lascierà beni sufficienti a soddisfare la quota di riserva dei legittimari.
Per spiegare con lo stesso esempio sopra esposto, proviamo ad immaginare che il defunto abbia lasciato in vita il coniuge, il quale vanta quindi una quota di riserva pari a 1/2 del patrimonio, che, calcolata con l’operazione vista, ha un valore di 40.000 euro. In tal caso il patrimonio, che al netto dei debiti ha un valore di 20.000 euro, non è sufficiente a soddisfare la quota di riserva del coniuge.
Al verificarsi di una simile situazione, i legittimari possono impugnare le precedenti donazioni fino ad integrare la quota che gli spetta (nell’esempio fatto al coniuge spettano beni per altri 20.000 euro) entro i 10 anni successivi alla morte.

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